E l'Europa cerca equilibri più stabili di Paolo Pombeni
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L'Italia e il Mediterraneo di Pio Mastrobuoni
L'atroce 11 marzo spagnolo, con l'imprevisto ribaltamento politico che
ha determinato -a danno dei popolari e a tutto vantaggio dei socialisti
di Zapatero- deve far riflettere seriamente sul futuro che si sta costruendo
in Europa. Di fronte a una carneficina come quella programmata e attuata
a Madrid dai terroristi non c'è più spazio per sottili distinguo. Senza
una visione strategica, che faccia perno sulla determinazione di tutti a
fare fronte comune contro i pericoli che la minacciano, di qualsiasi genere
essi siano, l'Unione entrerà presto in affanno. Ne è convinto lo stesso
ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer, che pure è stato tra i protagonisti
del tanto chiacchierato vertice di governo a Berlino tra Germania, Francia
e Gran Bretagna. In un'intervista al Corriere della Sera egli ha affermato
che solo una Comunità grande e integrata sarà in grado di evitare il collasso
economico e, soprattutto, di rispondere alle dichiarazioni di guerra di
gruppi estremisti che hanno scelto a bersaglio la nostra società aperta
e il nostro modello di vita.
Purtroppo, però, questo traguardo è lontano dall'essere raggiunto. Anzi,
il passaggio dell'Unione da 15 a 25 Stati sta suscitando più dubbi che certezze.
Per colpa indubbiamente della inadeguatezza delle strutture istituzionali
esistenti, sulle quali incombe l'onere di governare un evento di tale portata
storica, ma anche perché l'allargamento altera inevitabilmente gli equilibri
che hanno sinora garantito una certa stabilità nei rapporti intereuropei.
Basta guardare al Sud dell'Unione per rendersene conto. Rispetto ai confini
settentrionali che si estenderanno fino ai paesi baltici, inglobando buona
parte della Mitteleuropa, lo spazio mediterraneo si vedrà ristretto considerevolmente, e non sarà senza conseguenze.
A farne le spese sarà fatalmente l'Italia, che rischia di pagare il
prezzo della sua marginalizzazione in mancanza di adeguati correttivi. A
meno che essa non sappia trasformare in un punto di forza la sua collocazione
geografica che ne fa, tra i "grandi" dell'Europa, il paese di prima linea
sul fronte instabile e minaccioso del Mediterraneo.
Una comunità che si proponga in termini di potenza continentale, e sia
perciò pronta a rispondere colpo su colpo alle sfide della globalizzazione,
non esclusa la sfida del terrorismo, avrebbe tutto l'interesse a riconoscere
all'Italia un ruolo di interlocutore privilegiato delle nazioni di un'area
destinata a pesare a lungo sul futuro dell'intera costruzione europea, sia
dal punto di vista politico, per effetto del riemergere in forme spesso
radicali della questione islamica, sia dal punto di vista economico e sociale,
data la persistente rilevanza del petrolio tra le fonti di energia e l'acuta
incidenza sul nostro sistema di vita dei sempre più imponenti e incontrollabili
flussi migratori.
Va da sé, che impegnandosi a svolgere tale compito il governo italiano
dovrebbe prepararsi ad una sostanziale revisione della propria politica
estera, accentuando nel contesto europeo e atlantico le ragioni dei suoi
legami secolari con il mondo arabo, senza che questo debba necessariamente
intaccare le sue attuali buone relazioni con Israele. Anzi, sarebbe nello
stesso interesse dello Stato ebraico che ci fosse in Europa una Italia capace
di interloquire apertamente con i suoi vicini, guidata prevalentemente dal
proposito di favorire la pacificazione di tutta la Regione.
Tuttavia, per rendere credibile tale linea di tendenza andrebbero messi
da parte i funambolismi, che hanno sovente caratterizzato la nostra politica
estera, e in modo particolare liquidate come irresponsabili le chiusure
pregiudiziali, da qualsiasi lato dello schieramento politico provengano,
che impediscono l'assunzione di questo ruolo di avanguardia dell'Italia
in una Comunità grande e integrata. La quale avrebbe tutto l'interesse a
dimostrare l'infondatezza delle diffidenze che nutre nei suoi confronti
il mondo arabo.
Incamminandoci su questa strada non ci sarebbero "direttori" di sorta
né "Unione dei pochi ma buoni" in grado di ridurci a potenza di rango inferiore.
Chi altri potrebbe proporsi meglio di noi a fungere da effettiva cerniera
tra Europa e Mediterraneo? Certo, non è un mandato facile da ottenere ed
assolvere. Sono molti i pregiudizi e le gelosie da sconfiggere, ma il momento
è favorevole. Dopo il fallimento, durante il semestre di presidenza italiana,
della conferenza intergovernativa- che ha mancato l'obiettivo del varo
della Costituzione europea principalmente perché ingabbiata in una sterile
difesa di interessi nazionali- e dopo i tragici fatti di Madrid è normale
attendersi che si diffonda la consapevolezza che, per far sentire il suo
peso nello scacchiere mondiale, l'Europa deve rinunciare a calcoli di corto
respiro. Basta, insomma, con i mercanteggiamenti dettati dalla volontà di
questo o quel governo di imporre il proprio tornaconto. La ferrea logica
del processo di globalizzazione impone comportamenti di ben altro spessore
rispetto a quelle "cooperazioni rafforzate" che dovrebbero servire ad aggirare
le più che prevedibili difficoltà dell'Unione allargata a 25. Simili espedienti
sono per di più condannati a mostrare tutta la loro inefficacia di fronte
al terribile propagarsi della piaga del terrorismo.
Qualora prevalesse questa impostazione, allora si che nessuno avrebbe
la forza e l'interesse di togliere all'Italia il posto in prima fila che
le spetta. E non ci sarebbe bisogno di presentarsi col cappello in mano
dinanzi a chi ci ha esclusi dal club degli "eletti" senza, per altro, alcuna
certezza di vedercisi riammessi.
(16/03/04)

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