Lettera aperta agli amici e alle amiche di Società Aperta
di Antonio Gesualdi

Carissimo Presidente, Alberto Ronchey sul Corriere della Sera ha chiesto: "Dov'è la politica?". Non è una domanda retorica. Ronchey ha studiato bene le lezioni di Ugo La Malfa e sa che non sono i tecnicismi a farci uscire dal declino, ma il pragmatismo. Ma Ronchey sa anche che non è l'economicismo a condurre la politica: se così fosse saremmo più marxisti dei marxisti. A condurre, a condurci, è prima di tutto il nostro esame della realtà e ciò che ci piacerebbe che fosse.

E oggi, ancora una volta, noi tutti, in Società Aperta e fuori, siamo chiamati a fare scelte politicamente importanti. Per come è fatto il nostro Paese, nel passato, si sono trovate sempre soluzioni che hanno evitato le degenerazioni civili. Cosa è stato il Concordato se non un patto catto-fascista che ha permesso di poter allevare una classe dirigente per il post-fascismo? Cosa è la nostra Costituzione, catto-comunista, produttrice di governi di solidarietà, di compromessi storici ecc., se non l'incubatrice di una classe dirigente - che dovremmo essere noi - per il post-comunismo? Sono convinto che se non vogliamo degenerare in uno scontro dell'uno contro l'altro, di un polo contro l'altro, sia giunto il tempo di tirar fuori questa nuova classe dirigente. Coloro che scientemente non si riconoscono in un polo di catto-destra e in un polo di catto-sinistra ora devono fare una scelta di identità politica. Siamo ad un punto che Gramsci avrebbe definito di "equilibrio catastrofico". Da più di un decennio viviamo in una condizione ottocentesca e bonapartista di personalizzazione della politica. I contendenti il potere sono talmente equilibrati, catastroficamente così equilibrati, che si è dovuto sdoganare tutte le estreme di tutti i tipi. L'unica via di uscita, appunto di tipo ottocentesca, si è presentata sotto le sembianze di un Berlusconi. Non abbiamo fatto molta strada in queste condizioni e non ne faremo molta perseverando.

Non è neppure tutta questione di tecnicismi, seppure il tipo di legge elettorale ha la sua importanza. Lo stesso Ronchey nel libro dove ci insegnava il "fattore K" insisteva nel superamento del proporzionale: "si può adottare il doppio turno con ballottaggio - scriveva nel 1982 - come in Francia, o una soluzione mista tra maggioritario e proporzionale come in Germania..." È qÉÉuello che è stato fatto in questa sciagurata Seconda Repubblica. Ma non è bastato. Il problema è altrove. È lo stesso errore che si commette quando si pensa alla fine del capitalismo perché il prezzo del petrolio s'impenna. Il capitalismo non è che uno strumento delle democrazie, non il fine. Un capitalismo sano può fare anche a meno del petrolio se stimola e produce energie alternative. Così come una Democrazia sana e una Politica sana prescindono dai tecnicismi. Una Politica sana decide, non subisce. Dunque oggi quelli come noi devono decidere cosa fare nel caso non si verificasse l'emergere di una nuova classe dirigente e la degenerazione del sistema ci dovesse condurre ad uno scontro frontale tra i due poli contrapposti. Oggi siamo dunque chiamati ad assumere responsabilità personali e storiche.

Caro Presidente,
Francesco Cossiga nel faccia a faccia con te, a Cortina, ha detto: "mi asterrei volentieri, ma siccome ho ricoperto cariche pubbliche andrò alle urne e voterò sia centro-destra, sia centro-sinistra". Perfettamente coerente con la sua storia personale e politica. Noi di Società Aperta dobbiamo tenere altrettanta coerenza? Nel caso dovessimo trovarci in questa situazione politica di "tutti contro tutti" - imbarbariti nell'asse Prodi-Berlusconi - senza più identità storiche, sfumature, diversità dobbiamo scegliere di parteggiare per l'uno o per l'altro polo? Sarebbe meglio astenersi? Turarsi il naso e scegliere il "meno peggio"? O tutti e due come Cossiga?

Ogni soluzione attinente all'ipotesi dello scontro frontale ha sempre l'aggravante di indurci a partecipare alla anormalità e degenerazione del nostro sistema politico. Dobbiamo superarla standone fuori o dentro? Su questo tipo di questione il Partito d'Azione finì la sua storia mentre il Partito Repubblicano ne cominciò una nuova. Nessuna democrazia occidentale ha avuto ed ha solo due partiti o due poli nelle competizioni elettorali. Neppure gli Stati Uniti. Perfino i tedeschi che, comunque oltre i luoghi comuni, non si fidarono della SPD neppure dopo Bad Godesberg, decidono di passare prima per una Grosse Koalition tra il 1966 e il 1969 e poi per un governo dell'alternativa. Ma l'alternativa l'hanno fatta con una coalizione tra socialdemocratici e liberali guidati da Helmut Schmidt. Sono stati i liberali tedeschi, non i socialdemocratici, a mandare all'opposizione i democristiani.

Nel nostro Paese, invece, sono i "partiti cattolici" a dover mediare e gestire le nuove politiche. Senza il Vaticano non avremmo avuto un De Gasperi e non avremmo avuto una Democrazia Cristiana. La Dc non era il partito dei cattolici, ma aveva strettamente a che fare con i cattolici. Oggi l'Udc è il partito dei cattolici, ma potrebbe avere a che fare con i laici. Spetta solo ai cattolici, dunque, ancora una volta, decidere cosa deve essere del nostro futuro? Battiamoci perchè si dia a chi non si riconosce nei due poli il proprio riferimento. Se questo non sarà possibile, se la classe dirigente politica non avrà coraggio, allora, chiariamoci: è meglio che il nostro movimento cerchi di portare in Parlamento alcuni suoi esponenti di spicco oppure che se ne resti fuori? In Parlamento ci sarà bisogno di voti moderati. Nella società ci sarà bisogno di menti libere pronte ad intervenire dopo la catastrofe. Dove è più proficuo stare, non solo per il nostro bene, ma per il bene del Paese? Su questi interrogativi di fondo propongo formalmente di aprire un dibattito pubblico. Intanto su Terza Repubblica, ma magari anche con una campagna nazionale. La domanda è: cosa devono fare quelli che non si riconoscono nè a destra nè a sinistra? Astenersi, votare sia destra che sinistra, fondare un terzo polo, turarsi il naso e scegliere solo il meno peggio? Non propongo il solito sondaggio, ma l'apertura di un grande dibattito tra noi e nel Paese.

Cordialmente,
Antonio Gesualdi


7 settembre 2005