Intervento di Savino Pezzotta

Nella Terza Repubblica io leggo soprattutto una richiesta di cambiamento, la stessa che aveva caratterizzato l'avvento della Seconda Repubblica. E' infatti evidente il venir meno dello slancio riformista che negli anni '90 aveva portato alla riforma elettorale maggioritaria. Oggi, credo che il vero declino italiano non stia tanto nell'economia, dove invece colgo una profonda metamorfosi del nostro capitalismo, ma nella politica. Da osservatore esterno, il nostro sistema politico mi appare sempre più affaticato e sostanzialmente incapace di modernizzazione. La stessa spinta che ha portato il centro destra a vincere le elezioni, oggi non c'è più.

Il problema sta in parte nel sistema elettorale. Il proporzionalismo è da sempre una rivendicazione storica del sindacalismo. Istintivamente un sindacalista è un proporzionalista, perchè pensa a chi rappresenta. E' ovvio che rappresentando gli interessi di ceti sociali di un certo tipo mi sia più congeniale un sistema proporzionale rispetto a uno maggioritario. Basta vedere l'attuale composizione dei parlamentari dal punto di vista dei ceti sociali che rappresentano. Se poi, per avere più elementi di governabilità, si è sentito il bisogno di andare verso il maggioritario, questo, a mio parere ha indebolito gli elementi della partecipazione. E' sicuramente difficile tornare indietro, anche se mi sembra necessaria una correzione che consenta una partecipazione più ampia, più larga e una maggiore stratificazione sociale nella rappresentanza parlamentare.

Altra questione, sollevata da Follini, è la composizione delle attuali coalizioni. In entrambe manca una forza centripeta vera. Oggi non esiste un'egemonia di tipo culturale, cosicché sia nel centro destra che nel centro sinistra, mancano gli elementi per l'orientamento del governo. Ci troviamo di fronte due coalizioni delle quali non si capisce qual è la forza centrale, caratterizzate entrambe da un'eccessiva personalizzazione della politica, che a mio avviso è fuorviante perché la gente deve scegliere basandosi sui programmi, non sulle simpatie. Ci sono due riformismi, uno di centro-destra e uno di centro-sinistra, con valori e propensioni diverse, uniformati dal metodo, ossia dal gradualismo nell'attuazione dei loro progetti, che non hanno capacità orientativa nelle due coalizioni, ma che si limitano ad un'azione di contenimento e di freno. Mentre poi vediamo che all'interno delle due coalizioni, il potere delle minoranze è eccessivo e va oltre la mia concezione di democrazia. Questo è il vero problema, sul quale si inserisce anche la questione della riforma istituzionale. Credo che siamo andati oltre le possibilità di invertire i processi e non so neppure se ci sia la volontà di farlo. Il Federalismo è una cosa stranissima che dimostra come una minoranza di voti impone ad un paese un modello che forse questo paese dentro di se non sente. Siamo in un momento in cui il potere delle minoranze è eccessivo e va oltre ogni logica di democrazia.

Riguardo la riforma della forma di governo, l'accentuazione della figura del premier indebolisce il Parlamento e il ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica. Andando verso un rafforzamento dei poteri verticali sicuramente vengono indeboliti gli elementi di verticalità in relazione col sociale. Anche il ricorso costante e continuo alla decretazione, al voto di fiducia è un altro elemento che ha indebolito la dimensione parlamentare della nostra epoca. In queste condizioni come si può parlare di concertazione?

Poi ci sono le riforme fatte dalla concretezza: di fatto l'ordinamento parlamentare costituzionale è stato profondamente modificato senza adeguare quelli che erano i contrappesi e i contropoteri, passando da un proporzionale al maggioritario, senza definire ruolo, funzioni e garanzie per le opposizioni. Il disegno non è organico e i problemi risultano più evidenti sull'argomento devolution. Le nostre regioni non hanno lo stesso peso, la Lombardia può incorporare in sé un livello di autonomia alto, per il suo prodotto interno lordo e la sua struttura, altra cosa è la Calabria. Posso avere anche una forma legislativa che da le stesse autonomie, ma è l'esercizio di queste che non può essere uguale, perché i pesi sono differenziati e non sono stati predisposti elementi adeguati per la compensazione. Anche dal punto di vista sociale, delle tutele, delle garanzie, dei mercati del lavoro, della formazione io vedo molti elementi che possono portare a divaricazioni rilevanti. Questa idea del Federalismo è brandita non in termini di avvicinamento tra il cittadino e l'istituzione, ma è un percorso di separazione sotterraneo, non detto e non esplicitato. Da moderato riformista chiederei un impegno a non ripetere l'errore del centro-sinistra di approvare una riforma e poi andare al referendum se non c'è una convergenza di tutte le forze. Non è molto, ma l'alternativa è andare avanti a colpi di maggioranza che ci porterà a una fase di instabilità istituzionale che pagheremo cara. Credo che per realizzare riforme che modifichino la Costituzione debba esserci la convergenza di tutti. Se questa convergenza manca e si sente comunque la necessità della modifica, abbiamo due scelte: o si pensa ad un'Assemblea Costituente, ma come ci diceva Amato qualche problema c'è, o si può utilizzare lo stesso metodo usato per la Costituzione europea, ossia la Convenzione che abbia compiti specifici su temi specifici.

L'altra questione che non viene mai sollevata riguarda il ruolo delle parti sociali. La Costituente e soprattutto Costantino Mortati che ne fece una battaglia di principio, istituì il Consiglio Nazionale dell'Economia e del lavoro. Il Cnel non dovrebbe limitarsi ad essere ufficio studi e luogo di dibattito, ma proporsi anche come produttore di elementi che riguardano le parti sociali. Noi andiamo al rinnovo della consigliatura, ma probabilmente ripensare in una situazione nuova quale ruolo affidare a questa terza camera della Repubblica, credo sia un altro degli elementi da valutare per quanto riguarda il rapporto fra parti sociali e istituzioni. Se ci riflettiamo con attenzione il Cnel può essere la Camera dove le rappresentanze sociali riescono ad esprimere alcuni elementi fatta salva la loro autonomia di rappresentanza, un luogo che riesca a far ripartire i modelli concertativi.

Roma, 14 settembre 2004