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Società Aperta a "Italia 2016, missione possibile"
Frascati, 27 - 28 maggio 2005
Intervento di Enrico Cisnetto
A seguito di quanto detto da Piero Barucci in merito
agli errori degli economisti, sono qua come Presidente di Società
Aperta, quindi come soggetto politico.
Sono un po' preoccupato, devo ammettere, per gli eccessi di ottimismo
nel dibattito fra ieri e oggi. Abbiamo superato la fase in cui ci chiedevamo
se declino ci fosse o meno; e ve lo dice uno che s'è beccato
del menagramo per averlo detto in tempi non sospetti. Tuttavia ora,
ci siamo divisi - se vogliamo provare a fare una sintesi giornalistica
- tra coloro che hanno discusso di come, quale e quanta benzina mettere
nel motore e altri - pochi, e mi iscrivo a questo secondo partito -
che hanno detto che bisogna cambiare il motore della macchina.
Credo ciò sia necessario. Ci dobbiamo rendere conto, infatti,
che il capitalismo italiano è costituito da 4 milioni e mezzo
di imprese che hanno 3,6 addetti ciascuna. Di queste, moltissime sono
attive in settori non tecnologici. Quindi l'idea di prolungare in qualche
modo la loro vita, cercando di mettere della benzina nel motore, significa
spendere quattrini che non ci sono, semplicemente per prolungare attese
di vita inesistenti.
Prendiamo atto del fatto che bisogna modificare profondamente il capitalismo
italiano. Perché, per dimensione e tipologia, non è più
in grado di reggere, non ha vinto e non può vincere le sfide
della tecnologia, della globalizzazione e di conseguenza la sfida asiatica
della competitività. E' inutile far finta che le cose stiano
diversamente: bisogna prendere atto di questo il più presto possibile
per mettere in atto passaggi veri e propri da settore a settore e per
avere la chance di vincere la partita.
Per fare questo, credo non si possa semplicemente affidarsi alla logica
del "lo fa il mercato", "facciamo comunque soltanto politiche
fattoriali che ci consentono di poter in qualche modo mettere in condizione
il mercato di farlo". Credo che la politica si debba assumere la
responsabilità di quella che si chiama "politica industriale",
che significa fare scelte anche di settore e grandi opzioni di paese.
Che non significa poi farle fare allo Stato: significa però che
la politica si assume la responsabilità di dare delle indicazioni
e di fare anche scelte conseguenti.
Francamente - anche se so che il professor Monti mi tirerà le
orecchie - dico che per me la tassazione di chi fa le nanotecnologie
deve essere diversa da quella di chi fa le magliette. Se non è
così, questo paese rimarrà con i suoi 4 milioni e mezzo
di imprese, che non solo non ce la faranno a vincere la sfida nel 2016,
ma già nei prossimi mesi o nei prossimi due anni.
Davanti a questo per me la risposta è certamente più mercato
in termini di regole, in termini di controlli; ma certamente più
Stato in termini di scelte di politica industriale, e certamente più
Europa, perché secondo me questo stesso problema che abbiamo
noi, ce l'ha l'Europa intera e soltanto gli Stati Uniti d'Europa possono
dare risposta a questa necessità, perché è soltanto
con la politica industriale che si può fare un governo vero,
eletto direttamente dai cittadini. L'Europa è l'unica grande
area del mondo globalizzato che ha 25 governi e se non superiamo questo
ostacolo, credo che nessun paese, né quelli più strutturati
come la Francia e la Germania, né quelli più vivaci come
la Spagna, possano farcela, e tanto meno ce la faremo noi.
E' vero quello che ha detto De Rita nella sua intervista. In questo
scenario di declino c'è una quotidianità di ricchezza,
spiegabile con il fatto che l'Italia ha spostato il suo baricentro dalla
produzione del profitto, dalle produzione del reddito, alla gestione
del patrimonio. E' un paese che vive di rendite, ancora non vive di
rendita, ma certamente vive di rendite.
Da questo punto di vista, dunque, credo - l'ho scritto su "Il Foglio"
di ieri - bisognerà ragionare anche dal punto di vista fiscale.
Per rispondere alla domanda "dove prendiamo i soldi?" credo
ci siano tre cose fondamentali a cui pensare: un'operazione straordinaria
sul debito - vi segnalo quello che ha proposto il professor Guarino;
un ragionamento sul fatto che bisogna privilegiare il profitto e il
lavoro a scapito delle rendite - è il discorso che ho fatto su
"Il Foglio" ieri -- e, d'accordo con il professor Rossi, bloccare
assolutamente questa deriva del localismo che assorbe una quantità
mostruosa di denaro. Ci sono 120 tipologie di amministrazione pubblica
in Italia: bisogna drasticamente ridurle, sono stato sempre contro ogni
tentazione di federalismo e credo che l'unico federalismo possibile
sia quello europeo.
La risposta finale però - ha ragione Barucci - non è la
somma di idee tecniche e tanto meno di ipotesi tecnocratiche; la scelta
fondamentale è quella politica. E allora bisogna ragionare sul
fatto che declino economico e crisi del sistema politico sono due facce
della stessa medaglia, sono l'una causa e conseguenza dell'altro. La
prima risposta è quella sul terreno politico. Sono contro questo
bipolarismo bastardo: credo che da qui bisognerà partire.
Frascati, 27 maggio 2005

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