Schema dell'intervento di Enrico Cisnetto, presidente di Società Aperta

- Sono trascorsi oltre due anni e mezzo da quando Società Aperta ha iniziato il suo tenace quanto efficace lavoro di analisi, di denuncia, di proposta e di elaborazione programmatica in un contesto politico caratterizzato solo da una perenne e rissosa contesa elettorale, in una drammatica e deprimente povertà di contenuti e di uomini.

- Tutti noi ci siamo ritrovati uniti dal comune rifiuto per una concezione della politica esclusivamente rivolta alla raccolta del consenso

- Un gruppo di amici animati da impegno civile e passione politica, mentre sul palcoscenico della politica (con la p sempre più piccola) si agitano figuranti di quart'ordine

- Abbiamo condiviso un'analisi che si è rivelata puntuale, abbiamo dato vita ad un laboratorio di idee, ad un pensatoio dove non solo era finalmente piacevole parlare liberamente di Politica (con la p maiuscola), ma dove si sono gettate le basi per un grande progetto per l'Italia. Abbiamo selezionato e formato classe dirigente. Abbiamo organizzato una meravigliosa squadra di giovani

- Sono orgoglioso del risultato straordinario che abbiamo ottenuto

- Rivendico la primogenitura dell'analisi e dell'elaborazione sul declino economico del Paese, in una fase in cui sulla scena si sono alternati coloro che negano l'esistenza del declino, riducendolo a mero problema congiunturale, e coloro che usano il declino strumentalmente, come arma elettorale (e in questo le due coalizioni si sono scambiate i ruoli)

- Rivendico l'analisi fuori dagli schemi e dai luoghi comuni sulla condizione sociale dell'Italia: noi, prima e meglio di inchieste giornalistiche e del Censis, abbiamo negato il concetto di impoverimento, e abbiamo parlato della trasformazione degli italiani da produttori di reddito a gestori del patrimonio privato accumulato negli anni delle vacche grasse. Noi abbiamo detto che il tema centrale per il futuro del Paese è quello di mettere al servizio di un nuovo progetto di sviluppo quei 10 mila miliardi di euro di patrimonio privato, oggi bloccato in immobili e strumenti finanziari.

- Rivendico il coraggio nel dire "no al federalismo" senza tanti infingimenti (non era facile...). E non solo perchè divide ciò che è unito, perchè cancella il valore dell'unità nazionale, perchè moltiplica i costi e il contenzioso. Ma perchè quello del decentramento è un concetto vecchio, appartiene alla cultura del Novecento, non a quella del terzo millennio di un mondo globalizzato, in cui sono la velocità e le grandi dimensioni le parole d'ordine vincenti.

- Rivendico l'analisi sulla crisi del bipolarismo all'italiana, sui limiti di una politica ridotta a mera campagna elettorale permanente, a scontro ideologico senza le ideologie, a leaderismo senza leader, a pura esaltazione dell'anti-politica. Noi abbiamo detto a chiare lettere che questa classe dirigente - in primis quella politica, ma non solo quella: dagli imprenditori ai sindacalisti, dall'apparato burocratico centrale e periferico ai media - non è all'altezza del compito. Probabilmente non lo sarebbe neppure se l'Italia vivesse una fase storica di relativa continuità, figuriamoci oggi che deve affrontare il momento più difficile della sua storia repubblicana

- Rivendico l'analisi sull'interdipendenza che esiste tra i due fenomeni: declino socio-economico e crisi del sistema politico sono due facce della stessa medaglia, sono l'uno causa e conseguenza dell'altro

- Rivendico un'analisi che nessuno ha fatto sulla crisi dell'Europa. Nel bla-bla sull'euro e di fronte allo smarrimento per i no francese e olandese al nuovo trattato costituzionale - meglio di niente ma davvero misero - nell'incapacità di prendere atto del fallimento dell'agenda di Lisbona, che rimane valida ma richiede un vero governo europeo per essere attuata, di fronte ad una Bce che appare un corpo estraneo alle dinamiche continentali, in pieno panico da globalizzazione (sfociato nell'antistorica ed inutile richiesta di guerre doganali e protezionismi vari ), ebbene noi abbiamo indicato la strada della costituzione degli Stati Uniti d'Europa, progetto indispensabile all'Italia e all'Europa stessa

- Dentro la crisi dell'Europa abbiamo guardato anche per spiegare la Grosse Koalition tedesca, la quale non è figlia di un accidente della storia, ma di una precisa indicazione dell'elettorato, che capisce che di fronte al processo di marginalizzazione che l'Europa sta passivamente subendo dal nuovo asse Asia-Usa che governa il mondo, occorrono più alti livelli di coesione e maggiore capacità di decisione. Da qui ne abbiamo fatto discendere un'analisi sulla necessaria evoluzione dei sistemi politici in Europa, che devono essere rimodellati se si vuole affrontare i grandi processi di trasformazione

- Abbiamo di recente parlato di Grosse Koalition anche in Italia. Il problema del bipolarismo, infatti, non è solo un problema italiano, ma europeo, e dipende proprio dalla marginalizzazione europea: il suo welfare è troppo pesante, non può essere più il luogo dell'industria manifatturiera per ragioni di costi né il luogo della tecnologia. Bisogna inventarsi un nuovo modello economico che riesca a cambiare un capitalismo ingessato e in pericolo di decomposizione.

- Il nostro è un approccio laico, pragmatico, che pensa che tutti i mezzi siano validi in rapporto al momento storico: alcuni che ieri andavano bene, oggi non funzionano più. Il bipolarismo è uno di questi.

- Per questo rivendico non solo il nostro no al bipolarismo - che, vorrei ricordarlo una volta per tutte, è altra cosa rispetto al sacrosanto principio dell'alternanza, ma anche le proposte di una riforma della legge elettorale (preferendo il sistema tedesco) e della convocazione di un'Assemblea Costituente, che hanno riscosso l'approvazione delle intelligenze del Paese, ma che una classe politica sorda e cieca non è stata capace di far propria

- Né abbiamo mancato di andare oltre la semplice constatazione del declino, lanciando alcune idee sia sul fronte della politica industriale che sul fronte della modernizzazione e liberalizzazione di mercati, servizi e professioni, sintetizzabili nello schema "più Stato (nelle decisioni), più mercato (nella gestione)"

- Insomma, abbiamo fatto un lavoro egregio come laboratorio di idee e di selezione di classe dirigente. Acquisendo dagli interlocutori che ci siamo scelti tangibili attestati di credibilità. Ma non ci siamo fermati lì. Abbiamo fatto altre due cose fondamentali: ci siamo sporcati le mani entrando nel vivo delle dinamiche politiche, e via via siamo diventati anche un movimento d'opinione articolato sul territorio (pur senza mai abbandonare la logica del pensatoio)

- Il primo punto, la nostra attività di lobby. Ogni tanto qualcuno di voi ha storto il naso, non ha capito qualche passaggio. Ma si fatica a capire il percorso di Società Aperta, ed è impossibile stabilirne la futura evoluzione e definirne gli obiettivi prioritari, se non si parte da un assunto di base: l'urgenza di frenare il declino economico, sociale, civile, culturale e morale di un Paese che - privo di un sistema politico funzionante e funzionale - rischia un irreversibile decadimento, un terribile declassamento. Accompagnata dalla forte consapevolezza che non si possa prescindere dalla politica, che la risposta può darla solo la politica.

- Per questo non abbiamo avuto paura di entrare nel gioco politico. E non avendo ne titoli ne mezzi per farlo ufficialmente, lo abbiamo fatto attraverso un'attività di lobby. Partendo dall'assunto che poter scrivere un nuovo capitolo della vita politica italiana bisogna prima di tutto chiudere quello vecchio. In altre parole, che occorra dare sepoltura alla Seconda Repubblica, stagione ormai morta da tempo della politica ma formalmente ancora vigente. Anche perchè, se i nodi sistemici che dobbiamo sciogliere richiedono cambiamenti epocali, è bene sapere - e lo abbiamo detto fin dall'inizio - che il bipolarismo bastardo con cui abbiamo a che fare non è riformabile: il nostro sistema politico dobbiamo smontarlo e rimontarlo su altre basi.

- Tutto quello che abbiamo fatto andava, va e andrà in direzione di questo obiettivo prioritario. Che si traduce nella necessità di una terza forza politica tra i due poli. Il che, fino ad oggi, ha significato due cose: esercitare una forte pressione all'interno del sistema perchè si procedesse a quello che abbiamo definito lo "spariglio" (Margherita, Udc, NuovoPsi), indurre protagonisti esterni a entrare nel gioco (Pezzotta, Montezemolo). Non ci siamo riusciti, ma non ci siamo stancati: finchè ci sarà un briciolo di speranza - anche se contro le probabilità ormai gioca anche il fattore tempo - non demorderemo.

- Ma il gioco tattico non ci ha mai allontanato dall'obiettivo strategico. Tant'è vero che alle prossime elezioni, se il quadro rimarrà quello che con dispiacere e preoccupazione vediamo oggi di fronte a noi, SA rimarrà fuori

- Qualcuno dice: un terzo polo, anche senza grandi testimonial, ma la forza di uno slogan come "Né con Prodi né con Berlusconi", potrebbe convincere un numero significativo di elettori. Sono d'accordo. Ma a patto che ci siamo i mezzi sufficienti. Il che significa molti, molti milioni di euro. Vi confesso che li ho cercati, ma non sono riuscito a trovarli.

- Teniamo quindi Società Aperta fuori dalla competizione, ma se alcuni amici verranno candidati, avranno il nostro appoggio. Poi, io sono disposto anche a fare patti con il diavolo pur di arrivare alla Terza Repubblica: con il massimo pragmatismo cercheremo di volta in volta alleati tra chi ha i nostri stessi obiettivi per fare anche un pezzo di strada assieme.

- Il partito Democratico di Rutelli e Veltroni

- E qui veniamo alla questione interna. Finora non abbiamo voluto fare un movimento organizzato, con il tesseramento e i relativi orpelli, ma abbiamo privilegiato la spontaneità. Probabilmente ora tutto questo non basta più. Dobbiamo aprire la terza fase della nostra esistenza: dopo il laboratorio e il movimento d'opinione è giunto il momento di fare di SA un vero e proprio movimento politico.

- So che la cosa entusiasma chi avrebbe voluto cimentarsi alle prossime elezioni e spaventa chi considera SA un soggetto più culturale che politico. Temo di dover deludere entrambi i fronti. O, al contrario, spero di indurli a maturare una diversa e comune opinione. SA non diventa un movimento politico in funzione elettorale, ma lo diventa, con tutto quello che ciò significa. SA diventa anche un movimento politico, nel senso che non abbandona affatto la sua funzione di pensatoio (proposta Guarino sul debito pubblico) e quindi culturale.

- Vi faccio un esempio. Presto saremo chiamati a dire la nostra sul referendum confermativo sulla cosiddetta devolution. Ebbene in quel caso il nostro movimento politico deve essere protagonista di una proposta che accompagni il no alla legge appena approvata con il no alla riforma del titolo V. Per questo rilanceremo l'idea dell'assemblea costituente come momento per superare tutte le problematiche istituzionali, contro sia la riforma del titolo V che la devolution.

- Ma tutto questo presuppone un salto di qualità organizzativo

- Dobbiamo generare i circoli sul territorio, che si assumano le loro responsabilità sulle questioni locali.

- Dobbiamo dotarci di mezzi.

- Cari Amici, diciamoci la verità: abbiamo pensato, sperato, creduto che questa legislatura s'interrompesse, che la corda sfilacciata di questo sistema si strappasse, che questa stramaledetta Seconda Repubblica andasse a farsi fottere. Così non è stato. Il sistema a somma zero ha retto, il risultato continua ad essere zero.

- Ma ora siamo al dunque. Chiunque vinca le prossime politiche, non sarà in grado di governare e chiunque sarà all'opposizione non reggerà alla sconfitta.

- Grande Coalizione o elezioni anticipate

- Il tempo della politica ha le sue regole. Verrà il momento anche per noi. Nel frattempo organizziamoci. Cerchiamo di attrarre chi, pur essendo stanco, sfiduciato, disilluso, ha voglia di reagire. Certo, tra loro ci sono i qualunquisti di sempre, ma ci sono anche tanti cittadini che hanno paura del declino e hanno capito che con questo bipolarismo bastardo non si va da nessuna parte.

- Adoperiamo il tempo che abbiamo davanti per prepararci. Per stendere un vero e proprio programma di governo. Per lavorare intorno ad una piattaforma di valori e ad un impianto culturale su cui innestare il pragmatismo delle indicazioni programmatiche. Pensiamo ad un nuovo modello di relazione politica e sociale che sappia salvaguardare la coesione e la concertazione - indispensabili in una società complessa, frammentata e corporativa come quella italiana - senza però riesumare la vecchia logica consociativa e dunque senza rinunciare a valori della modernità quali il dinamismo, la flessibilità, la mobilità, il merito.

- Costruiamo un'altra Italia. Società Aperta o serve a questo o non serve.


Roma, 3 dicembre 2005