Siniscalco parte bene, non si fermi a metà
di Enrico Cisnetto

Le parole d'ordine dell'era Siniscalco - verità, ma sarebbe bene limitarsi a chiarezza, e collegialità - sono condizione necessaria ma non sufficiente per risollevare l'Italia dal declino in cui è piombata.

Potrebbero essere strumenti utili, precondizioni, per ricostruire una politica economica di lungo periodo, ma sull'argomento la pochezza di idee e di coraggio sembra essere quella di sempre. Certo, il sostituto di Tremonti ha finora il merito di aver abbandonato il pernicioso ottimismo di maniera del suo predecessore - chissà che non convinca anche Berlusconi a farlo - e questo consente di riportare tutti con i piedi per terra.

Glielo riconoscono alleati, avversari e interlocutori neutrali, ma ora bisogna andare fino in fondo. Non mi riferisco tanto alla manovra da 24 miliardi, che per mantenere il deficit sotto il 3%del pil previsto dal Patto di stabilità dovrebbe essere ancor più consistente, quanto alla necessità di prendere atto che un bilancio così disastrato deriva non solo dall'eccesso di spesa corrente - finora occultato dalle una tantum tremontiane - ma anche dall'incapacità del Paese di crescere agli stessi ritmi delle altre economie avanzate, a causa dell'ormai famigerato declino competitivo. Entrambi i fenomeni degenerativi non hanno un colore politico, visto che sia il boom della spesa corrente sia il gap di crescita hanno radici quantomeno nel medio periodo. La spesa è aumentata del 6,8% dal 1997, ripartendosi in parti uguali tra la scorsa legislatura (dunque centro-sinistra) e quella attuale di centro-destra. Mentre la crescita ormai è sotto la media europea da un decennio (e quella Ue a sua volta è lontana da quella Usa), ed è il frutto di scelte strategiche sbagliate - o semplicemente rimandate - negli anni precedenti.

Dunque, nel Dpef di Siniscalco manca un ragionamento sulle cause del declino e sulle misure per invertire la tendenza. Così come la manovra correttiva sui conti 2004 ricorda lo schema del rigore di tante Finanziarie post '92 - con il solito mix di nuove entrate racimolate dove si può (casa, banche) e tagli dove proprio si deve - il Dpef si muove nello stesso solco, e la parte relativa allo sviluppo si limita alla promessa di una riforma fiscale da effettuarsi nei prossimi due anni (altro punto a favore di Siniscalco, che ha frenato il premier voglioso di fare tutto in un colpo solo) i cui obiettivi sono però di puro consenso - diciamo pure elettorali - e non certo di trasformazione economica.

Con queste premesse il dibattito che ci separa dalla Finanziaria non porterà nessun miglioramento, concentrandosi prevedibilmente sul problema del dove trovare questi maledetti 24 miliardi. Cosa non da poco, intendiamoci, perché ridurre il deficit dell'1,7% del pil è un'impresa titanica, da cui probabilmente dipendono i destini del governo e dunque della legislatura. Ma senza un disegno di lungo periodo, che punti al cambiamento della struttura del capitalismo, si rivelerà nel migliore dei casi inutile, se non addirittura impossibile. Si rifletta su questo punto: l'operazione chiarezza di Siniscalco non è di per sè sufficiente a convincere a nuovi sacrifici le parti sociali, anzi.
Prendiamo i sindacati: sappiamo che sono conservatori, ma si può chiedere di collaborare "subendo" la moderazione salariale se poi non si garantisce la tenuta e l'aumento dei posti di lavoro attraverso incrementi di competitività che solo una politica industriale (finora fantasma) può dare? Stesso discorso vale per gli imprenditori, lasciati con le loro ataviche lacune in balia di un mercato globale che li emargina sempre più. Dal punto di vista del risultato macroeconomico, poi, rischiamo di rafforzare un circolo vizioso "minore sviluppo=minori entrate=maggior deficit=tagli ulteriori=minore sviluppo" che rappresenta il motivo del progressivo ridimensionamento dell'economia italiana. Al posto di un progetto propriamente di "politica economica", nel Dpef - che pure si potrebbe concedere qualche velleità in più - ci si riduce ad un generico proponimento di riduzione della presenza dello Stato-imprenditore, di nuove liberalizzazioni e di un carico fiscale ridotto. Sembra una strategia, magari di sapore anglo-americano, che prende le distanze dall'esperienza francese, basata su più stato e consumi interni, o da quella tedesca imperniata sull'export. Ma a ben vedere si tratta proprio di una rinuncia a proporre cambi strategici. L'impostazione di Siniscalco sa di già visto, figlia sia di un'impostazione teorica - empiricamente sbagliata - che vede nel mercato la soluzione automatica di tutto, e che in pratica si riduce a far cassa con le privatizzazioni.

Sia chiaro, non sto proponendo di aggravare una manovra già pesantissima con ulteriori uscite, bensì di riorganizzare gli interventi pubblici ponendosi come obiettivo centrale la dialisi di un apparato produttivo in buona misura obsoleto. Gli strumenti utilizzabili sono in gran parte già previsti: dalla fiscalità di vantaggio alla trasformazione degli stanziamenti in finanziamenti elargiti da fondi ad hoc. E non sarebbe necessario impiegare risorse superiori a quelle immaginate per l'eventuale taglio generalizzato delle tasse sui redditi finali. La vera rivoluzione starebbe nella maggior efficienza del loro utilizzo, grazie a una strategia ben definita. La rimozione dell'illusione tremontiana - l'ottimismo evoca la ripresa - è dunque appena l'inizio di un lavoro epocale. Guai a sentirsi già arrivati.