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Outsourcing e innovazione
Per combattere il declino di Enrico Cisnetto
L'operazione "anti-declino" passa per l'innovazione e la ricerca. Alzi la mano chi è d'accordo con questa affermazione super gettonata: tutti. Ma questa unanimità, purtroppo, non è sufficiente a mettere in campo, nel prossimo Dpef e nella Finanziaria, misure di ampio respiro, capaci di incidere sulla struttura del capitalismo italiano.
Che abbiano, cioè, i piedi nella congiuntura, ma la testa nella strutturalità del medio-lungo periodo. Per far questo, innanzitutto, occorre evitare di credere, come spesso capita, che "ricerca" e "innovazione" siano la stessa cosa. La prima, comprende sperimentazioni, creazione di nuovi brevetti, nuovi prodotti. La seconda, invece, è legata all'applicazione ai vari settori industriali delle tecnologie più avanzate. Leggi, nuovo hardware e software per modificare processi produttivi e organizzazione del lavoro.
Alla luce di questa distinzione, è chiaro che l'Italia ha decisamente perso il treno dell'innovazione. E la causa non sta solo nella limitatezza delle risorse destinate all'R&I che, nel 2001 sono state solo l'1,07% del pil, a fronte dell'1,96% della media Ue, ma soprattutto nel bassissimo "potenziale di innovazione" dei privati. Secondo la comparazione annuale della Fondazione Rosselli, l'Italia occupa gli ultimi posti per diffusione di Ict, conoscenze tecnico-scientifiche e capitale umano impiegato in questo settore, con un indicatore pari a 2,97 contro il 7,68 della Finlandia e il 5,69 della Germania. Un punto debole del sistema-Italia, confermato anche dai dati congiunturali: secondo Bankitalia il nostro manifatturiero nei primi sei mesi del 2004 è ulteriormente sceso dell'1,4%, mentrel'export ha perso il 3,9% nel 2003, con punte peggiori nei settori tradizionali quali le calzature (-9%) e il tessile (-7%).
Allora, il valore aggiunto proveniente da un maggiore ricorso all'Itc in termini di produttività e riduzione dei costi non va trascurato. Tanto più che non occorre destinare le stesse risorse della ricerca (almeno non nel manifatturiero tradizionale), ma solo "comprare" innovazione. Per intenderci, non occorre sprecare energie inseguendo un treno perso - e sono molti, purtroppo, i settori in cui non ci conviene più stare o tentare di andare - mentre è importante "prenderne" i benefici. E farli "fruttare". Ma la strada per indirizzare le imprese verso questo modo di procedere non è quella di incentivi a pioggia o sgravi fiscali "open", come quelli messi in campo nella Tremonti-bis che non hanno prodotto alcun investimento serio nell'high-tech. Ci si dovrebbe invece avvicinare alla strategia sperimentata con la legge sull'editoria (agevolazioni mirate all'innovazione) che ha avuto il merito di avviare l'adeguamento tecnologico del settore, tirandolo fuori da una crisi molto profonda. Ma senza trascurare il valore aggiunto che deriverebbe da un outsourcing di massa. Infatti, agevolare chi affida l'innovazione della propria azienda a grandi gruppi, professionisti nel campo, significherebbe incidere significativamente e in forma strutturale su molte patologie del nostro sistema. Innanzitutto, disporre di aggiornamenti tecnologici continui, poi ridurre i costi grazie ad una maggiore produttività e a processi gestionali più agili e migliorare la qualità dei servizi. In altre parole, diventare più competitivi.

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