Gli opposti integralismi e il "dis-governo"
di Giuseppe Mazzei

C'è qualcosa di nuovo, anzi d'antico, che dico, di stantìo nel soporifero dibattito della cultura politica dell'Italia falsamente bipolare: la diatriba tra "laicisti" e "cattolicisti". I primi sostengono, con squilli di tromba, che è ora di inscenare una sorta di "laici-pride" per riscattare le umiliazioni subite dallo sfascismo giustizialista che distrusse la Prima Repubblica e dal vuoto di idee dei due poli che mette la sordina alle voci laico-riformiste. I secondi rispondono a suon di campane: torniamo alla dottrina sociale della Chiesa, facciamone un faro che attiri tutti i cattolici sparsi affinché, divisi tra i partiti, colpiscano uniti, imponendo la Weltanschaung cattolica.

Ci risiamo. Speravamo che la Prima Repubblica avesse aiutato tutti a superare gli "storici steccati", a tenere ben separate le "due sponde del Tevere" di spadoliniana memoria. Niente da fare. Si ricomincia. Eppure, la Democrazia Cristiana, dopo l'incidente di Fanfani contro il divorzio, si dimostrò meno integralista, riscoprì lo spirito poco confessionale di De Gasperi e si aprì ad un dialogo moderno con le forze laico-socialiste. Queste ultime, durante i governi di pentapartito hanno collaborato con un partito che non era più "il" partito dei cattolici, attuando riforme anche su terreni delicati come l'aborto senza scatenare guerre di religione. Insomma, sembrava che la dicotomia "laici-cattolici", come criterio di valutazione dei comportamenti politici, fosse sempre più residuale a vantaggio di una nuova dicotomia "riformisti moderni- conservatori ideologici".

Invece, si tenta, da sponde opposte (cito per ultimi Bobo Craxi del Nuovo Psi e Riccardo Pedrizzi di An) di rivalutare l'opposizione tra l'integralismo laico e quello cattolico. Francamente di tutto c'è bisogno per tirare su il livello della stagnante cultura politica di questo inutile ultimo decennio fuorché di un ritorno al passato remoto. E non perché non esistano più la cultura laica e quella cattolica, ma perché non esistono più i presupposti per una loro contrapposizione. Con questo non mi nascondo i tentativi, da entrambe le parti, di incrociare le armi. Per esempio, trovo un colossale errore che nella Costituzione europea non ci sia un riferimento alle origini religiose, in particolare cristiane, ma non solo, della comunità di popoli che vogliono costruire una casa comune democratica. Perchè vergognarsi, laicisticamente, delle proprie radici? Trovo, però, altrettanto assurdo il pressing cattolico che ha partorito la più arretrata delle leggi sulla fecondazione assistita, facendoci arrossire anche nei confronti della tanto vituperata Turchia, che ancora non sarebbe degna di entrare nel salotto buono del vecchio Continente.

Io sono un laico di formazione cattolica. E da sempre penso che le due culture possano e debbano coesistere armonicamente. Come dimostra la felice convivenza di laici e cattolici nell'esperienza di Società Aperta. Quello laico - come dicevamo in uno storico convegno dei giovani repubblicani nel 1974 - è soprattutto un metodo di approccio alla realtà e alla politica. E' il metodo del dialogo, della ragione, della critica, del popperiano imparare dai propri errori, del rifiuto di ideologie chiuse, della continua messa in discussione delle scelte, consapevoli che la politica è l'arte di rimediare alle conseguenze inintenzionali e non previste di azioni intenzionali. Sfido chiunque a sostenere che questo metodo laico sia privo di valori. Quello cattolico, in politica, non è tanto un metodo, quanto un portato di sensibilità per la centralità della persona umana e della solidarietà. Niente di più, ma non è poco. Non ci sono "dottrine" religiose da tradurre meccanicamente in politica, così come non ci sono valori laici con le iniziali maiuscole da imporre come ideologia anticattolica.

Si commette un tremendo errore di strabismo politico quando si fa coincidere lo scarso spazio che ha il riformismo moderno nella politica italiana con la prepotenza clericale e confessionale. Ai laicisti non dovrebbe sfuggire che la Chiesa cattolica in Italia, peraltro, conta sempre meno nelle decisioni importanti e si aggrappa alle leggi sulla bioetica e che riguardano la sfera sessuale come ultima spiaggia di una identità che, per il resto, si è laicizzata nel senso deteriore del termine (ha cioè rinunciato ad esercitare la propria funzione in cambio di potere non sulle coscienze ma su altre componenti meno volatili della persona umana). Smettiamola di parlare di fantasmi. Chi ha impedito alla maggioranza di centro-destra di varare una legge seria e moderna sulla procreazione assistita non è la forza delle sagrestie contrapposta alla debolezze dei nostalgici di Porta Pia. L'impedimento è venuto dalla carenza di cultura politica riformista e dal vuoto di idee nel quale hanno campo libero le paure, le minacce di scomuniche, il rifugio sotto l'ombrello elettorale protettivo non del seggio di Pietro ma, più modestamente, del Laterano. Si tratta dello stesso impedimento che è all'origine di tante leggi squinternate che i più illuminati del centro-destra ammettono di aver sbagliato a votare e che riguardano settori in cui la religione non c'entra. Volete l'elenco?

Il problema, dunque, non è quello di riaprire uno scontro tra Guelfi e Ghibellini, che la stragrande maggioranza degli italiani, cattolici a parole ma secolarizzati nei fatti, neanche capirebbe più.

Il vero problema è rilanciare i temi che la cultura riformatrice -laica e cattolica- moderna ha elaborato nel corso di 50 anni e che occorre aggiornare ma senza dividersi inutilmente. Come sempre, occorre identificare, anche se non nei termini di Carl Schmitt, chi è il nemico. E il nemico è comune, a laici e cattolici riformisti: si tratta di un sistema politico-istituzionale-elettorale bloccato sull'ipocrisia del bipolarismo che non produce cultura politica di governo ma solo competizione tra i due falsi poli a colpi di leggi slabbrate e di interventi maldestri come quelli che dal 1996 a oggi abbiamo visto in tutti i campi, economici e non. Le lodevoli eccezioni si contano sul palmo di una mano

Ugo La Malfa denunciava i disastri del "non-governo"; oggi potremmo parlare di un "dis-governo" (laddove il prefisso dis rovescia il significato della parola che lo precede). Abbiamo, cioè, governi non di malaffare (mal-governo) né inattivi e incapaci di decidere (non-governo), ma governi che non sono tali perchè decidono non sulla base di orientamenti riformisti coerenti e coraggiosi, ma sull'impulso di istinti momentanei, di ripicche, di sgambetti all'avversario, di piccole furbizie definite "creative" (ma la creatività è una cosa seria), di difese mal riuscite dei propri pasticci. Quello che manca è un respiro riformatore moderno, che abbia una rotta chiara, con coordinate precise e che sappia assumere decisioni coraggiose. E manca perché c'è un vuoto di cultura di governo, non perché i cattolici o i laici la facciano da padroni. Per fare un esempio, negli Stati Uniti dopo lo scandalo Enron, in sei mesi sono state varate misure ferree a tutela dei risparmiatori e per una corretta e trasparente governance delle società quotate. Da noi, nonostante l'uno-due di Cirio e Parmalat (con intermezzo di bond argentini) che hanno steso al tappeto migliaia di famiglie - cattoliche e laiche - la riforma del risparmio tarda da due anni e ogni mese appare opposta a quella che stava per essere varata il mese precedente. Davvero crediamo che il "laicismo" o il "cattolicismo" siano i rimedi? Dovremmo forse ricordarci di tutte le ingenuità - chiamiamole così - commesse dalla finanza laica e da quella cattolica in questi anni?

E allora, voltiamo pagina. Archiviamo la polemica laici-cattolici, non ne parliamo più. Rilanciamo, piuttosto, una moderna cultura riformista se non vogliamo ricadere in un Medioevo politico, nel quale il famigerato declino ci sta maledettamente facendo precipitare. Rimane, purtroppo, poco tempo. Tanto ai laici che ai cattolici.

(12/10/04)