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Cronache ipertestuali
IL DIBATTITO NEGLI SCHIERAMENTI
Il caso Buttiglione, la manovra economica, la riforma federale e le ipotesi di riforma elettorale hanno tenuto banco in questi ultimi giorni nel dibattito di politica interna. Sullo sfondo ha cominciato a delinearsi una questione di grande respiro: il rinnovamento della classe dirigente e il progetto politico che i vincitori delle prossime elezioni politiche dovranno portare avanti. Per ora però si possono solo registrare molti interrogativi e poche risposte.
Nel centrodestra, la secca sconfitta nelle elezioni suppletive del 24 ottobre ha stimolato le forze di governo ad interrogarsi sul futuro. La risposta che ne è emersa immediatamente si riassume in un probabile cambio di poltrone, ma nelle intenzioni di chi sta gestendo questa crisi l'eventuale rimpasto vorrebbe essere il segno di un modo nuovo di gestire il potere, con maggiore collegialità e più attenzione a quelle componenti della società italiana che si sentono profondamente deluse dai primi tre anni di governo di Berlusconi. Difficilmente, però, questo cambio di tonalità potrà essere recepito da un inguaribile solista come l'attuale presidente del consiglio.
Nel centrosinistra, il dibattito si è imperniato su due temi. Il primo riguarda la natura stessa della coalizione che Romano Prodi dovrebbe guidare nelle prossime elezioni politiche. Un unico grande schieramento riformista, ancorché attento alle ragioni della sinistra, oppure una coalizione temporanea e negoziata di forze intrinsicamente diverse e che al massimo possono compiere insieme un tratto di strada? Nella riunione delle componenti dell'opposizione, Romano Prodi ha mostrato chiaramente di puntare sulla prima soluzione, anche a costo di sbilanciare più a sinistra la coalizione e il programma. Il ricordo dello sgambetto subito dal suo precedente governo a opera di Fausto Bertinotti è per Prodi una buona ragione per cercare il massimo di unità a sinistra. La validità di questa strategia e la possibilità che in questo modo il centrosinistra esprima una realistica linea di governo è appunto uno dei temi del dibattito.
Ma la strategia del futuro leader dell'opposizione ha anche aperto un altro fronte, sull'onda delle critiche di Giovanni Sartori, uno dei più eminenti politologi italiani: inseguendo il voto di sinistra, Prodi rischia di perdere il voto di centro che alla fine sarà determinante per la vittoria dell'uno o dell'altro schieramento. E' davvero così? Su Repubblica, dapprima Eugenio Scalfari con maggiore vivacità, poi Ilvo Diamanti con più prudenza, hanno contestato questa tesi. Sartori ha controreplicato e ulteriormente precisato e il dibattito continua.
L'impressione generale che si ricava da queste discussioni è tuttavia quello di un grande tatticismo: si discute molto sugli schieramenti e ben poco sui contenuti. Bene ha fatto il direttore del Corriere della Sera Stefano Folli ha porre la questione della classe dirigente in due dei suoi editoriali domenicali, il primo rivolto al centrosinistra e il secondo al centrodestra. Al di là delle collocazioni contingenti, in vista delle future elezioni, non si comprende né quali sono oggi i meccanismi di ricambio della dirigenza, perché i partiti non funzionano più come scuole di selezione politica e la cosiddetta società civile difficilmente esprime leader che abbiano la possibilità di aggregare consenso adeguato. Da qui e dalla costante sottovalutazione della specificità del mestiere politico, un mestiere difficile da improvvisare se non si comincia a viverlo dalle istituzioni locali, nasce la tentazione di far sembrare le liste elettorali altrettante "isole dei famosi" riempiendole di personaggi la cui notorietà non ha nulla a che fare con la preparazione.
Esiste anche un problema di programmi: la destra non sembra in grado di esprimere nient'altro se non una ricetta fiscale e non è un caso che chi a destra ha capacità di visione si preoccupi, come testimonia l'articolo di Antonio Galdo su Marcello Dell'Utri, pubblicato su questo sito.
La sinistra ha avuto il merito di esprimere un programma articolato e completo in vista delle elezioni europee, grazie alla intelligenza di Giuliano Amato, ma è legittimo dubitare che quel programma sia stato letto da quegli stessi dirigenti di partito che dicono di condividerlo. Per ora è solo un pezzo di carta.
Resta poi irrisolta la questione del nuovo assetto istituzionale, che è probabilmente il cuore del problema, perché senza istituzioni adeguate nessuna maggioranza può governare. Il progetto di riforma costituzionale votato in prima lettura dalla destra incontra critiche aspre e fondate. La sinistra però sembra puntare tutto sul referendum per affossarlo.
Se la sinistra perderà la battaglia referendaria, il Paese si ritroverà con una riforma che persino una parte consistente dell'attuale maggioranza non condivide. Se, com'è probabile, la vincerà, il risultato finale di questa partita sarà una gran perdita di tempo: una cattiva riforma costituzionale sarà stata votata dal parlamento e poi affossata dal popolo e dopo cinque anni ci ritroveremo a dover cominciare da capo. Sarebbe stato meglio demandare la riforma a una Commissione Costituente eletta con la nuova legislatura. Se ne parlò meno di due mesi fa nell'incontro di Società Aperta "Scriviamo le regole della Terza Repubblica" e la proposta ottenne autorevoli consensi. Oggi sembra solo un'utopia lontana.
2 novembre 2004

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