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Cronache ipertestuali
LA RIFORMA DEL LAVORO UN ANNO DOPO
E' servita a qualcosa la riforma del lavoro introdotta un anno fa dal governo e definita "Riforma Biagi"? Forse un giudizio è prematuro. Le cifre sembrerebbero dire di no: nessuno dei nuovi istituti creati con la legge 30/03 ha creato occasioni significative di nuovo lavoro e anche la riforma dei contratti coordinati e continuativi, trasformati in contratto a progetto, non ha modificato sostanzialmente la natura dualistica del nostro mercato del lavoro, diviso tra tutelati (con contratti di lavoro dipendente) e precari, con contratti che comunque non corrispondono alla natura della prestazione che è loro richiesta.
Della "Riforma Biagi" in questi giorni si è parlato molto. Alessandra Servidori ha pubblicato un libro "Dal libro Bianco alla legge Biagi: come cambia il mercato del lavoro" e si sono letti molti interessanti consuntivi come quello di Marco Marazza pubblicato sul nostro sito e quello di Giampiero Guadagni su Avvenire. La critica più forte alla legge è giunta dall'economista del lavoro Aris Accornero vicino ai Ds. Il problema, ha detto in sostanza ai suoi compagni di sinistra e alla Cgil che parla della legge 30 come di un "supermarket della precarietà", non è che la legge crea lavoro insicuro, bensì che s'inventa una pluralità di figure intermedie che difficilmente potranno funzionare. E' difficile giudicare una riforma del lavoro in tempi di bassa congiuntura, quando le imprese comunque non assumono. Va anche detto che molti ritardi non devono essere addebitati al ministero del Lavoro, ma alle Regioni che avrebbero dovuto preparare i regolamenti necessari per fare entrare in vigore i nuovi istituti. Ma l'impressione è che ancora una volta si siano introdotte molte innovazioni di facciata, con istituti che garantiscono una finta flessibilità, con qualche apparente beneficio per i lavoratori precari, ma imponendo un faticoso lavoro di riconversione contrattuale alle imprese.
2 novembre 2004

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